8 Mar. 2009 | categoria bioart | Leggi tutto | Nessun commento
Ecco perché mi piacerebbe vivere a New York. O almeno andarci un po’ più spesso. Per seguire eventi come questo. Tactical Bioart in the age of biotechnology, questo il nome dell’evento tenutosi il 5 marzo scorso nella Grande Mela, affrontava un tema cruciale: ovvero il radicale cambiamento che negli ultimi decenni hanno affrontato branche delle scienze della vita quali la genetica, le biotecnologie, la bioinformatica. Trovatesi più o meno improvvisamente al centro di discorsi e pratiche che trascendono una connotazione strettamente scientifica, per approdare a campi diversi, e forse imprevisti, quali la sociologia, l’economia, l’etica, la salute, la privacy. Pensiamo solo alle discussioni associate agli organismi OGM. O quelle legate alle clonazione. Agli screening del Dna sempre più veloci e a poco prezzo, che ci promettono di far luce sulla predisposizione a certe malattie: e se le compagnie di assicurazione lo sapessero? E se lo sapesse, invece, il nostro futuro capoufficio: potrebbe questo condizionare una nostra potenziale assunzione?
La scienza, in questo caso le scienze della vita, non riguardano più, solamente, gli scienziati. L’unica sfida non è più la scoperta. Credibilità , paura, finanziamenti, mercato, religione, rispetto: sono solo alcune delle parole e dei relativi concetti con cui oggi gli scienziati, più o meno inconsapevolmente, si confrontano. Secondo Bruno Latour a rivoluzionare il rapporto tra scienza e società  sono stati tre importanti combiamenti: 1) la fine del laboratorio scientifico, come luogo accessibile solo agli specialisti 2) il numero crescente di associazioni di pazienti e di cittadini che si interrogano sulle questioni scientifiche 3) la globalizzazione dei problemi legati alla scienza: pensiamo all’allarme Aids. La scienza si è fatta democratica, insomma. Volente o nolente. Un mondo non più isolato e inaccessibile ma invece accessibile anche agli attivisti, ai giustisti, alla gente comune e anche agli artisti, che hanno, tutti, qualcosa da dire. Fianco a fianco agli accademici, ai politici e agli industriali. Di questo e di altro, immagino si è parlato all’evento americano, in cui, e questa è la nota interessante, erano gli artisti, artisti che in passato si sono occupati di queste tematiche, a confrontarsi con il pubblico e a parlare dei loro lavori. Beatriz da Costa, Natalie Jeremijenko, Richard Pell, Claire Pentecost e Paul Vanouse questi i nomi dei fantastici cinque. Di alcuni di loro mi occupero’ prossimamente, lo prometto.
Tags: Bioart in the age of biotechnology
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23 Feb. 2009 | categoria Arte e ambiente, Arte e natura, arte e tecnologia, bioart | Leggi tutto | Nessun commento
Impossibile parlare di BioArt senza prenderli in considerazione. Marion Laval-Jeantet e Benoit Mangin hanno fondato Art Orienté object nel 1991, una collaborazione che, come scrivono loro stessi, assomiglia a quella tra “un commediografo e un regista, in costante dialogo”. I loro interessi? Le scienze della vita e il comportamento, dall’etologia alla psichiatria transculturale. Per lavori in varie forme: dalle installazioni ai video, alla fotografia. Eseguiti a volte, maneggiando gli stessi strumenti della scienza. Un esempio è una delle loro opere più famose: Culture de Peaux d’Artistes. I due artisti si sono fatti prelevare dei tratti di epidermide dai ricercatori dell’MIT di Boston che sono stati impiantati poi su derma di maiali e tatuati con le sembianze degli animali in via d’estinzione: “la pelle diventa così la sede di una simbolica alleanza ponendo degli interrogativi sul concetto di barriera di specie”.

Culture de Peaux d’Artistes by Art Orienté object
Per Rabbits were used to prove esposero il corpo imbalsamato di un coniglio, trovato nella spazzatura. Le sue interiora furono ricostruite con la lana della pecora Dolly, primo animale clonato da una cellula somatica adulta.
Il loro Museum of Mental Horrors e il Museum of Human Horrors sembrano deliziose case della bambole ma espongono invece sconvolgenti scene di vivisezione, animali in gabbia o che subiscono l’elettrochoc, e via orripilando. Uno dei lavori presentati era Wire-Mesh Surrogate Monkey Mother riproduceva uno degli esperimenti di Harry Harlow sulla “scienza dell’affetto”. Negli anni Cinquanta Harlow separava cuccioli di scimmia dalle loro madri e li faceva crescere da macchine scimmiesche dispensatrici di latte: alcune “nude” e in forma di intreccio di fili, altre rivestite da soffice tessuto. Potete trovare qui una descrizione delle sue ricerche.

Pioneer Ark by Art Orienté object
Pioneer Ark, invece riproduceva una grande arca di Noé abitata da specie transgeniche in porcellana. Quest’opera fu ispirata ai due artisti da una visita alla australiana Pioneer Farm, un centro che raccoglie animali vittime di mutazioni per cause umane (inquinamento radioattivo o chimico) e non. Impossibilitati a fare fotografie all’interno del centro, dopo la visita la coppia raccolse le descrizioni di animali mutanti presenti nella letteratura scientifica, riproducendoli poi in Pioneer Ark. Potete trovare una lunga intervista ai due la potete trovare qui.
Tags: Art Orienté object, Benoit Mangin, bioart, Marion Laval-Jeantet
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18 Feb. 2009 | categoria arte e tecnologia, bioart | Leggi tutto | Nessun commento
il titolo, sia chiaro, vuole ispirarsi a un film di parecchi anni fa di William Friedkin, protagonisti quel diavolaccio di Willem Defoe e William L: Petersen che diventerà arcifamoso per l’arcifamoso telefilm CSI (dicono che sia bello, io non ho la Tv, e non amo troppo i telefilm che non fanno ridere). Si intitolava Vivere e morire a Los Angeles: è veramente un gran film, con un inseguimento mozzafiato in macchina, da cardiopalma. Dove tutti sono brutti, sporchi e cattivi. L’hanno visto in pochi ma vale davvero la pena recuperarlo, se vi capita.
Tutto questo, ovviamente, non ci entra un bel nulla con ciò che volevo segnalarvi ma pazienza. Perché il fulcro del post è una mostra, quella organizzata da Exit Art, che aprirà i battenti a New York il prossimo 28 febbraio, questo è il link. L’exhibition si intitola Corpus Extremus (LIFE +), e sarà aperta fino al 18 aprile a Soho. Il programma includerà artisti che utilizzando “bio – and media tecnologies” esplorano le questioni della vita e della morte. “Sfidando i più tradizionali approcci a questi due campi” i lavori, a detta degli organizzatori, “offriranno una valutazione critica della scienza e della tecnologia attraverso l’arte, demistificando entrambe attraverso un approccio interdisciplinare”. “Per provocare discussioni sull’arte e la scienza, e formulare delle domande di carattere etico alla società .”

Sono molti e interessanti gli artisti presenti, una bella rappresentanza di coloro che, nel mondo, si occupano di Bio-art. Di alcuni di loro parlerò più ampiamente nei prossimi post. Qui vi segnalo solo il simpatico terzetto di BIO-KINO (li potete vedere qui sopra ritratti), gruppo nato nel 2004 e che lavora su un progetto intitolato “The living screen“, lo schermo vivente. Sono due artisti e un ingegnere impegnati a creare un misterioso “apparato cinematografico vivente”, il Bio-Projector, che permetterà a una serie di Nono-Movie autogeneratisi di essere proiettati attraverso un microscopio all’interno di una cellula o di un tessuto vivente. “Lo schermo vive, si trasforma, reagisce e cambia in continuazione e alla fine muore, deformando il film proiettato in modo imprevedibile. E facendo così confrontare lo spettatore con la vita, la morte, il virtuale e il reale”
Tags: BIO-KINO, Corpus Extremus (LIFE +), Exit Art, Soho, The living screen, Vivere e morire a Los Angeles
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6 Feb. 2009 | categoria bioart | Leggi tutto | 2 commenti
Della realtà di Leiden ho già parlato in un precedente post. Particolarmente attiva e interessante, riserva sempre delle iniziative stimolanti nel campo della Bioart. Una di queste è certamente il corso che avrà luogo tra aprile a maggio 2009 il cui titolo è Conquering Life? Questions at the frontiers of art, Philosophy and the life sciences organizzato dal Arts & Genomics Centre. Strutturato con una combinazione di letture informali, presentazioni, discussioni e letture, blog e laboratori hands on, il corso sarà indirizzato a studenti di diverse discipline “per esplorare le intersezioni tra arte e vita quotidiana, affrontare i dibattiti di carattere etico, le responsabilità e l’overspecializzazione legate alle biotecnologie e la BioArt oggi”. Le iscrizioni al corso si chiudono il 1 aprile. Per chi fosse curioso ecco qui come è introdotto il corso:
“Nel 1970 Michel Foucault introdusse il termine biopolitica per descrivere la natura della politia nell’era contemporanea. Un’era in cui il potere politico è sempre piu’ legato al management della vita biologica. Un’era in cui i meccanismi del potere sono indirizzati al corpo, alla vita, [...] alla capacità di dominare o di essere usati. Questo corso è strutturato per far fronte a queste tematiche, applicate al campo delle scienze della vita.”

Phone from Africa. Source:http://residualsoup.org/blog/?p=316&cpage=1#comment-42525)
A dirigere il tutto, l’artista Boo Chapple, dall’Australia. Visitate il suo blog, ne vale la pena. Nell’ultimo post, del 17 gennaio, per esempio c’è una proposta scherzosa ma non troppo su come ridurre l’e-waste e far fronte ai problemi della fame nei paesi in via di sviluppo. Insomma cosa fare dei rifiuti prodotto dal nostro mondo sempre piu’ elettronico che stanno invadendo anche il terzo mondo? Il suggerimento è: rendendoli edibili. Ecco qui sopra, ad esempio, un telefonino al formaggio. Il suo sito nasconde dei progetti veramente interessanti, tornerò a parlare di lei al più presto.
Tags: Arts & Genomics Centre, Boo Chapple, Conquering Life? Questions at the frontiers of art, Philosophy and the life sciences
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28 Dic. 2008 | categoria bioart | Leggi tutto | 1 commento
Ogni volta che incappo in qualche corso interessante, come nel caso dell’americano Flow visualitation, che unisca arte e scienza ve lo evidenzio. Arriverà  presto anche il turno dell’Italia e, anzi, a questo proposito, vi invito a segnarlarmi le iniziative che, nel nostro Paese, si muovano dentro quella che ogni tanto mi piace chiamare la “terra di mezzo”. In campo educativo, a tutti i livelli, ce ne sono parecchie, spesso piccole e sparse qua e là , nel territorio. Fatevi avanti e raccontate la vostra esperienza. Potrebbe essere, questa, un’occasione per uscire dall’isolamento che troppe volte caratterizza le diverse attività nel campo della comunicazione della scienza.Â
Vi segnalo questo link, con la descrizione di un corso organizzato dall’Università di Leiden, Olanda, “un laboratorio di studio sugli intrecci tra arte e scienza destinato a studenti di diverse discipline per esplorare le intersezioni tra arte e vita quotidiana, attraverso letture critiche e attività hands-on. Insieme esploreremo i dibattiti di carattere etico, le tematiche sulle responsabilità e la specializzazione nelle pratiche legate alla BioArt. Gli studenti verranno introdotti alle diverse tecniche di laboratorio: ci aspettiamo che si sporchino le mani!”. La deadline per l’iscrizione è il primo di febbraio 2009, i corsi saranno in inglese e dureranno fino a giugno 2009.

Una farfalla di Marta De Menezes. Fonte: http://remixtheory.net/?p=77
Visto che di BioArt si parla, colgo l’occasione per presentarvi seppur brevemente, una delle sue maggiori rappresentanti. Si chiama Marta de Menezes ed è portoghese, classe 1975. La incontreremo altre volte, da qui in avanti. Per ora vi segnalo, in particolare, uno dei progetti più famosi. Il suo titolo è NATURE?, è un po’ vecchiotto ma sempre interessante, con cui l’artista ha “creato” delle farfalle dall’inedita estetica. Il pattern di forme e colori delle loro ali, infatti era disegnato dall’artista interferendo sullo sviluppo delle stesse. Un pattern unico e non riproducibile, perché non trasmissibile per via ereditaria. La De Menezes agiva, in particolare, su una sola delle due ali “per enfatizzare le similarità e le differenze tra il concetto vecchio e nuovo di “naturale”". Opere d’arte che, nelle parole della De Menezes, “vivono e muoiono. E’ simultaneamente arte e vita. Arte e Biologia”
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Tags: bioart, Marta de Menezes, NATURE?
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