Una giacca di cellule. E altri oggetti semiviventi
Alcuni amici si sono lasciati andare a una serie di bleah! e puah! leggendo il mio post sull’artista Sterlac che, ultimamente, si è impiantato un orecchio fatto con le sue stesse cellule, sul braccio. Certo l’effetto disgusto sarebbe aumentato se gli stessi amici avessero saputo che il bizzarissimo australiano, inizialmente, il terzo orecchio voleva piantarselo in testa, a far compagnia agli altri due.
Sterlac non è l’unico artista che ha giocato con le nostre cellule per costruire nuovi tessuti. Il Microwave international new media arts festival, appena conclusosi a Hong Kong ha riproposto tre ”storici” lavori in questo senso: The semi-living worry dolls del 2000, Pig wings del 2002 e The remains of disembodied cuisine (2004), opera, quest’ultima, che ha ispirato il nome di questo blog. Sono tutti lavori del The tissue culture and art project (che ha collaborato anche con Sterlac per il suo extraorecchio), ospitato da SymbioticA-The Centre of excellence in Biological Arts presso l’University of Western Australia, interessantissimo centro a cui dedicheremo un prossimo post.
Quella di TC&A è una sfida non da poco: le loro opere sono sculture viventi, anzi, a esser precisi, “Semi-Living Objects”, oggetti semiviventi, costruiti grazie all’ingegneria tissutale, procedimenti attraverso cui tessuti del nostro corpo possono essere generati seminando le cellule umane su specifici supporti. Le cellule vengono fatte poi crescere in un ambiente ricco di nutrienti e in condizioni che possano emulare quelle del corpo umano. Le sculture semiviventi di TC&A, nelle intenzioni del gruppo, “vorrebbero rappresentare una nuova classe di oggetti/esseri, in parte nati e cresciuti, in parte artificiali.” Per far riflettere sul nostro rapporto con il vivente, e con le cose.
L’ultima opera è Victimless Leather, minigiacca costruita con cellule umane cresciute su un supporto di forma acconcia. Un indumento vivente, una “pelle senza vittime” come testimonia il nome stesso. Fatta “per mettere a confronto il pubblico con le implicazioni morali legate all’abitudine di indossare animali morti per ragioni pratiche o estetiche. [...] E attualizzare la possibilità di indossare “pelle” senza uccidere animali come punto di discussioni culturale.”




